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Non ho mai visto nessun paese che, come l’Ucraina vada pazzo per il made italy.
Qui tutti ostentano, fieri i loro jeans con falsa griffe italiana, le bancarelle dei bazar traboccano di capi firmati D e G o Cavalli, offerti a pochi euro.
Le scarpe, non importa se di plastica, sono tutte immancabilmente marcate made in italy.
Chiunque voglia aprire un’attività di sicuro successo punta sul tricolore, come Charlie un’iraniano che è stato in Italia 3 mesi, prima di arrivare in Ucraina ed aprire il ristorante “Adriano” con tanto di tricolore che campeggia sull’ingresso.
Caffè e pizzerie italiane traboccano e la maggior parte dei gestori non è mai stata in Italia, neanche come turista, a differenza di Charlie che, durante il suo breve soggiorno nella nostra penisola, non ha avuto il tempo di imparare la cucina italiana, ma almeno ha arredato il locale con il buongusto che ci contraddistingue.
Il calcio che conta poi, visti anche i recenti trascorsi di Sheva, parla soltanto italiano.
La musica nostrana piace da morire, Celentano e Toto Cutugno qui fanno la parte del leone alla faccia dei Rolling Stones o dei Beatles.
Anche il mobile che fa tendenza è il nostro,
Ho perfino visto una lavanderia con tanto di gagliardetto tricolore in vetrina che pubblicizzava la pulitura dei capi con vero metodo italiano.
Non sapevo che noi avessimo un metodo speciale anche per lavare le mutande!
Dal momento che l’ucraino ama tutto ciò che odora di italiano, chiunque intraprende un’attività si sente autorizzato a fregiarsi di un italico imprimatur.
Quello che fa tristezza è vedere come tutti si siano appropriati delle nostre tradizioni e del nostro made in italy svilendoli; pizza con ketchup e ananas spacciata per pizza italiana verace, scarpe dalle forme ardite, inimmaginabili sull’italico suolo vendute come ultimi modelli dell’italian design, caffè espresso dal retrogusto alla cicoria propinato come l’autentico caffè italiano, e via di questo passo.
La fiaccola dell’italianità è però mantenuta viva dai compatrioti che vivono qui, come M. che faceva il body-guard a Roma poi ha sposato una ragazza ucraina conosciuta in Italia e ha deciso di trasferirsi nel paese di lei, dove adesso vive ed ha aperto un minuscolo bar.
Tutti i giorni prepara la pizza nel forno di casa che poi offre ai suoi clienti nell’attesa di poter realizzare il suo sogno di aprire una pizzeria vera.
Sono tre anni che vive qui e non ha ancora imparato una parola di russo, quando c’e qualche problema telefona alla moglie che parla con il suo interlocutore e poi gli traduce.
C’è C. l’infermiere di Cosenza che fra ferie e falsi certificati di malattia trascorre più tempo in ucraina che in Italia, si spaccia per chirurgo perché fa più colpo sulle ragazze e aspetta di andare in pensione per trasferirsi qui definitivamente ed avviare un’attività di import di vero caffè italiano.
C’e M. che si è stabilito qui inseguendo un amore che poi è finito e ha deciso comunque di restare e buttarsi nel campo turistico; si dichiara disponibile per tour guidati dell’ucraina e per assistenza ai connazionali che volessero venire quassù a cercare moglie.
C’e D. che affittato il suo appartamento in Italia e con i soldi che ricava dall’affitto qui vive di rendita.
C’e R. un cinquantenne che ha aperto una piccola ditta di import-export di legname e ha sposato una ragazza di vent’anni. Ora si dice pentito di questo matrimonio non foss’altro perché la moglie passa più tempo nei negozi di bigiotteria e vestiti che in ufficio a fare delle bolle.
C’e D. il pensionato di Varese fuggito con la badante ucraina, dopo aver venduto l’appartamento in barba ai figli che se lo aspettavano in eredità.
C’e L. professionista di mezza età che stanco della routine ha mollato tutto e si è trasferito qui ma non sa ancora come riciclarsi.
Ed è a questa armata brancaleone formata da centinaia come loro che è affidato l’immane compito di difendere le nostre tradizioni e la nostra cultura.
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